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C’è stato un tempo in cui ero in grado di passare intere giornate rintanata da qualche parte a leggere. Quel tempo è decisamente passato.
Ora sono diventata una lettrice dei tempi morti: leggo mentre mi asciugo i capelli, nelle file in posta, nelle sale d’aspetto, a volte anche davanti alle casse del supermercato. E mi secco pure se l’attesa che pareva interminabile si rivela più breve del previsto e il mio turno arriva mentre sono nel bel mezzo di una pagina interessante.
Soprattutto, però, mi sono scoperta una lettrice da autobus.
Ho la fortuna di salire all’andata a una fermata prossima al capolinea e, al ritorno, di avere orari sufficientemente assurdi da trovare il mezzo semivuoto, così quasi sempre riesco a sedermi; ma anche lo stare in piedi non è un ostacolo insormontabile: basta trovare un angolino tranquillo, avvinghiarsi a un palo o puntellarsi a una parete con la schiena, per poter tirar fuori il libro dalla borsa e, per un quarto d’ora, disconnettersi beatamente dal mondo reale.

Certo, ci sono degli ostacoli oggettivi alla lettura da autobus:
1) la scolaresca in gita che sale la fermata dopo la tua, riempie ogni pertugio disponibile e comincia, giustamente, a schiamazzare eccitata per la situazione fuori ordinanza, sarebbe in grado di distrarre persino il più stoico degli eremiti dalla lettura, figuratevi me;
2) il/la vecchietto/vecchietta che tenta di attaccare bottone con qualunque cosa respiri. Anche se la vittima designata non siete voi, ma un conoscente (o un perfetto sconosciuto) all’altro capo dell’autobus non importa, perché vuoi per sordità incipiente vuoi per esibizionismo latente, l’anziano passeggero parlerà a voce talmente alta da imporre i suoi malanni e i suoi pareri a tutti gli sventurati utenti del bus, autista compreso;
3) l’amico/a, il parente, il vicino di casa che non incontrate mai e che ritrovate alla stessa ora e alla stessa fermata. In questo caso, devo dire che non mi pento quasi mai di abbandonare i personaggi del libro per dare retta alle persone reali. Quasi mai…

Nei giorni di grazia, quando le chiacchiere degli altri passeggeri si mantengono a un volume tollerabile e non ci sono né conoscenti graditi né vicini molesti, la lettura da autobus non solo è possibile, ma piacevole e rincuorante, e, soprattutto, priva di sensi di colpa: perché riempie, appunto, un tempo morto, e non un tempo in cui si presume (spesso a torto) che una persona adulta e responsabile si debba occupare di cose più utili.

Guadagnata, dunque, una posizione sufficientemente comoda e azzeccata una corsa non troppo rumorosa e affollata, ci sono ancora un altro paio di cose di cui occorre tenere conto se si vuol diventare provetti lettori da autobus.

Anzitutto, è bene ricordarsi di non essere da soli, ma circondati da gente apparentemente indifferente, ma, in realtà, più che propensa a interrompere la noia del viaggio facendosi i fatti degli altri.
Occorre quindi trattenere il più possibile le manifestazioni di gioia, dolore, stupore o disappunto che le pagine possono procurarvi.
Provate voi a spiegare allo studente brufoloso che vi guarda stranito o alla vecchietta impellicciata che non state insultando lui/lei, ma l’autore (o il personaggio) del libro che state leggendo. Anche il sospirone e la soffiata di naso con tanto di lacrimuccia potrebbero essere male interpretati.
Vietatissimo, ovviamente, mettersi non dico a leggere ad alta voce, ma anche solo a borbottare tra sé le frasi più belle, quelle che già sapete vi suonerebbero dolcissime sulla lingua e vorreste pronunciare davvero, solo per vedere l’effetto che fa.
Vi dico subito che, sull’autobus, non fa un bell’effetto: il minimo che possa capitarvi è essere squadrati torvamente da persone che si chiedono da quale centro di salute mentale siate fuggiti. E parlo per esperienza personale.

Infine, pur benedicendo la lettura da autobus proprio perché capace di salvarci dalla monotonia di un viaggio ripetuto ogni giorno creandoci attorno una bolla di parole sospesa nello spazio e nel tempo, occorre che una minima parte del cervello resti vagamente consapevole che prima o poi – solitamente prima – bisogna scendere.
E se siete nel bel mezzo di una scena clou, il ritorno alla realtà può rivelarsi particolarmente spiacevole. Le alternative, infatti, sono due: o si rialza la testa all’improvviso e ci si ritrova in un punto imprecisato della città dopo aver abbondantemente superato la giusta fermata; o ci si accorge all’ultimo di essere arrivati e si balza giù dal mezzo imprecando contro se stessi, il libro e l’universo mondo, e correndo il rischio di restare incastrati nelle porte già semichiuse.
Anche in questo caso parlo per esperienza.

La lettura da autobus, però, può regalare impreviste soddisfazioni.
Capita, infatti, di sollevare il naso dal libro e accorgersi che anche la persona seduta di fronte o di fianco a voi sta leggendo; o di gettare un’occhiata attorno e scorgere almeno un paio di altri passeggeri sparsi per l’autobus che, anziché pestare furiosamente sul telefonino o guardare fuori dal finestrino con l’espressione del pesce nell’acquario, brandiscono un libro: strenua arma di difesa contro l’inebetimento del pendolare urbano.
In quel caso, non importa il sesso, l’età, la nazionalità, e nemmeno la natura del libro; ma tra i lettori da autobus scatta automaticamente un sorriso mezzo timido e mezzo complice. E ci si sente un po’ meno soli.
Raramente al sorriso seguono parole, perché, in genere, quelle del libro bastano e avanzano, almeno per il tempo di un viaggio.

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