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HAMLET by Shakespeare, , Writer – William Shakespeare, Director – Lyndsey Turner, Set design -Es Devlin, Lighting – Jane Cox, The Barbican, 2015, Credit: Johan Persson/

“What a piece of work is a man! how noble in reason!
how infinite in faculty! in form and moving how
express and admirable! in action how like an angel!
in apprehension how like a god! the beauty of the
world! the paragon of animals! And yet, to me,
what is this quintessence of dust?”

E va bene, ammettiamolo subito: al cinema a vedere la registrazione dell’Amleto del Barbican Theatre di Londra ci sono andata perché l’idea di passare quasi quattro ore in compagnia di Benedict Cumberbatch era decisamente allettante.
Come milioni di persone l’ho scoperto nei panni di Sherlock ed è stato amore a prima vista; perciò ero molto curiosa di vederlo alle prese con il ruolo con cui ogni attore – a maggior ragione se inglese – sogna di confrontarsi.
A mia parziale discolpa, posso dire che ho letto il testo anni fa e che nel 2014 ho visto un’altra rappresentazione teatral-cinematografica con protagonista Rory Kinnear, meno bello e famoso del suo allampanato conterraneo, ma molto bravo; e alla fine avrei voluto abbracciare pure lui, perché, cavoli, è Amleto: uno dei personaggi più complessi e affascinanti mai concepiti in letteratura.

E attorno ad Amleto (e dentro di lui), si muove una storia che passa in un attimo dal comico al tragico e cerca di compendiare in cinque atti “tutte le cose che stanno tra cielo e terra”: amore, morte, vendetta, rapporti a dir poco problematici coi genitori (da Cenerentola in poi, patrigni e matrigne non hanno vita facile…), sensi di colpa come se piovesse, follia vera e presunta, riflessioni sul sogno e sull’interiorità che danno dei punti a quelle fatte dagli strizzacervelli dell’Otto-Novecento; una critica all’assurdità della guerra che, a quanto pare, è antica quanto la guerra stessa e perennemente inascoltata.
E, ancora, parole di fuoco sull’intrinseca ambiguità del potere, una discorso pieno di umanità sulle implicazioni morali e religiose del suicidio (anche in questo caso fatto secoli prima che si cominciasse a discutere di leggi sul fine vita e altre amenità), che poi scivola in un’altrettanto attuale considerazione sul fatto che se sei ricco/nobile per te valgono leggi diverse da quelle in vigore per i comuni mortali.
Ah, beh, poi c’è un celebre esempio di “teatro nel teatro”, nel quale Shakespeare mette in bocca al protagonista il suo stesso pensiero sul senso del suo lavoro, e dà persino indicazioni agli attori su come devono comportarsi in scena. Indicazioni d’illuminato buonsenso, che servirebbero anche oggi a molti mestieranti…

Ho dimenticato qualcosa? Probabile, perché l’Amleto è un geniale calderone di temi da cui, dopo 400 anni si può felicemente attingere per trarne qualcosa di perfettamente comprensibile ad ogni tipo di pubblico o quasi.
Anche per questo, credo, come capita sempre più spesso sia a teatro sia all’opera, i registi non ambientano più la storia in un luogo e in un tempo ben definiti.
La cosa all’inizio mi lasciava perplessa: quando, nel 2014, ho visto Ofelia andarsene in giro con uno stereo acceso dentro un carrello della spesa, ho sobbalzato sulla poltrona; mentre ora cerco di capire.
Così, quando l’Ofelia di questo allestimento si presenta con una macchina fotografica a tracolla, e poi, prima del suicidio, entra in scena trascinando un grosso baule che si scopre essere pieno di fotografie, mi sono ricordata di Clara, la sorella del Malaussène di Pennac: un personaggio di straordinaria purezza, che riesce ad esorcizzare gli orrori del mondo solo filtrandoli attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica.
Mentre Amleto-soldatino di stagno che gioca nella sua fortezza in miniatura mi ha fatto venire in mente una recente versione della Cenerentola di Rossini con la regia di Emma Dante, vista per caso in tv. Anche qui la scena era una sorta di enorme casa di bambola, tanto zuccherosa quanto inquietante, e i personaggi secondari erano giocattoli a molla a significare, credo, tutta la finzione che ci viene imposta o che ci autoimponiamo per sopravvivere in una struttura sociale che a volte non ci appartiene.
In questo senso la maglietta di David Bowie che Benedict indossa nella parte centrale del dramma, oltre a far diventare Amleto una specie di icona pop, mi pare ci stia bene, visto che sia il Duca, sia il Principe hanno passato una bella fetta della loro vita a interpretare personaggi folli e sopra le righe per dare in pasto agli altri solo una parte di loro stessi e poter difendere gelosamente il resto.

Un’altra cosa che mi lasciava perplessa delle moderne versioni di Shakespeare che ho visto e che ora, invece, mi piace è l’estrema libertà con cui si scelgono i membri del cast, senza tenere conto dell’aspetto, del colore e del sesso.
Così ci si può ritrovare, come in questo caso, un Laerte nero, un Guildenstern indiano, un Orazio nerd e tatuato e un Voltemand donna.
Passato il minimo di stupore iniziale, è facile rendersi conto che, se gli attori sono bravi e la cosa funziona nell’economia della rappresentazione, questo non è un problema, anzi, può essere un modo per recuperare la funzione educativa del teatro che aveva in mente Shakespeare: vogliamo vivere in una società multietnica che prova a superare i pregiudizi? Allora mettiamola in scena, facendola diventare allo stesso tempo normale e universale.

Confesso che resto sempre un po’ delusa dal finale dell’Amleto, perché dopo tutta questa grande costruzione, in dieci minuti tutti i protagonisti precipitano tentando di fregarsi l’un l’altro in modo maldestro e inutilmente complicato. Curiosamente (ma forse no!), l’ultima parola non spetta al protagonista, ma a un nemico, che era pronto ad appropriarsi con l’inganno e la violenza di Elsinore e si trova a diventarne il legittimo signore, e per questo prova quasi vergogna.
Però, anche questo finale, a pensarci bene, contribuisce all’universalità dell’opera: perché  senza bisogno d’essere re – o dirigenti d’azienda – è esperienza comune costruirci complicati castelli e poi vederli crollare nel modo più stupido e doloroso. E dunque, ancora una volta, tanto di cappello al Bardo, che aveva la vista lunga e profonda dei migliori.

Dopo questo sproloquio degno del pedante Polonio (scusate!), che ve lo dico a fare che questo allestimento dell’Amleto m’è piaciuto?  È ovvio che il fattore “Cumberbatch” mi renda poco obiettiva, perché mi piacciono i suoi occhi impossibili per forma e colore, la sua voce, la sua strana bocca e le grandi mani; e mi piace la sua ormai rodata abilità nell’interpretare personaggi ai margini della società, tormentati e anche un po’, ehm, sfigati, e credo che il povero Amleto possa rientrare nella categoria…
È chiaro che è stata una scelta commerciale ben pensata quella di prendere un attore sulla cresta dell’onda per fare il tutto esaurito, ma di sicuro è stata una scelta più intelligente di quella, per dire, di Gabriel Garko a Sanremo. Perché il ragazzo s’impegna e suda le proverbiali sette camicie ed è capace di passare dalla modalità “finto scemo” (nella quale è evidente che si diverta molto) a “vero disperato” in un battito di ciglia. E anche il resto del cast mi è parso di ottimo livello.
Un’amica che era con me ha commentato che, in genere, nelle produzioni inglesi, anche l’ultima delle comparse che dice una sola frase la dice meglio dei più acclamati attori di fiction italiani. E pur non essendo per principio esterofila, temo di essere d’accordo con lei…

Alla fine, però, oltre al desiderio di darlo anch’io, come Orazio al termine del dramma, un bacio tra i ricci di Ben, per ringraziarlo di tutte le emozioni e i pensieri e i dubbi (ovviamente amletici) che mi hanno fatto dormire male stanotte e distratto oggi in ufficio, sono consapevole che lui è stato “solo” un eccellente interprete di una bella storia, capace di funzionare dopo secoli e di avere senso anche recitata e interpretata in modi diversi. Provate a fare lo stesso con il testo di qualche autore oggi di moda (no, non lo nominerò!) e dubito che ci riuscirete.
E quindi grazie soprattutto al vecchio Will, di cui si celebreranno il 23 aprile i 400 anni dalla morte, e a chi, come lui ci ha regalato storie da leggere, da vedere e da ascoltare perché non so voi, ma a me fanno vivere meglio.
E buonanotte, dolci lettori!

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