Cari poco numerosi e molto amati lettori,

la vostra affezionatissima Marian Z. Mosnikoff è ancora qui a tormentarvi! Ormai ci sto prendendo gusto con questa faccenda delle liste di libri, quindi tremate.

Prolissa e necessaria premessa: questo post si occuperà di narrativa triste, mesta, macabra e funesta, di argomenti tetri, foschi, amari e neri, com’esuli pensieri nel vespero migrar, perciò se temete di vedere scalfito un vostro eventuale granitico ottimismo, se non volete rovinare la vostra inaffondabile fede nel futuro, chiudete la scheda di LAP e andate per gattini su Youtube. E ricordatevi che “inaffondabile” lo dicevano anche del Titanic.

Voglio parlarvi oggi dei libri più tristi che io abbia mai letto, e per iniziare vi chiederò: vi è mai capitato di passare attraverso un brutto, schifoso periodo di crisi sentimental – esistenziale? E durante questo periodo, vi siete mai ridotti al punto di abbruttirvi ascoltando quella buona, vecchia musica lamentosa e deprimente che sola può accompagnare i giorni del derelitto al quale l’altrui felicità fa l’effetto del fumo negli occhi, e al quale alcuna consolazione pare essere di beneficio? Cioè, avete presente quando il morosino o la morosina vi molla, o l’oggetto dei vostri puri amori vi respinge con forsennato disgusto e state proprio una cosa malissimo, per dirla come Maccio Capatonda? Parlo di sere in giro in macchina ammorbando gli amici del cuore con geremiadi interminabili, di playlist letali con Vecchioni, Cohen, Waits e De Andrè che canta Tutti morimmo a stento. 

Spero non ci siate passati, ma se invece siete come me, che in questo mare di guano mi ci ritrovo tutti gli anni dispari e pari, allora capirete di cosa parlo: la musica corrobora e amplifica l’amor dolente, e le altre sofferenze. Accompagna questi reversibili (per fortuna) strazii quotidiani facendoci piangere praticamente fino a guarire.

E i nostri amati libri saranno capaci di fare lo stesso? Io credo di sì. Perciò oggi vi presento i romanzi più deprimenti e purificatori della mia collezione di letti e riletti. Li ho tutti qua sulla scrivania. Quando li ho tirati giù, gli altri libri hanno tirato un sospiro di sollievo. Sono pieni di personaggi che trasudano malessere, da amare come fratelli nella sfiga cosmica. Hanno pagine e frasi da macchiare di lacrime e sottolineare singhiozzando “Ecco, è proprio così!”. Seguitemi, soffriamo in compagnia!

1. I Dolori del Giovane Werther – W. Goethe

giovane werther

Cominciamo con un bel classico. In un magnifico post sull’ Italian Book Challenge, il nostro sempre saggio coautore Karenin scriveva in proposito: “C’è un limite oltre il quale la depressione sfocia nel trash”. Ed è vero. Cioè, vi confesso che mi è capitato una volta di identificarmi col giovane Werther, sul serio. Poi però sono andata di mia volontà al centro di salute mentale. Splendido, commovente, intendiamoci. Apre squarci di verità su aspetti delle nostre animacce che non ci saremmo mai aspettati. Però Dio mio. Io ho questo problema che quando una cosa è palesemente troppo triste, ma proprio quando supera ogni limite di affrontabilità… Io mi metto a ridere. Troppo è troppo. Non che la cosa tolga valore a Goethe, al Romanticismo che adoro; anzi, me li fa amare di più: le opere migliori sono quelle che ci permettono di guardarle con ironia senza smettere di amarle veramente. Il mio non è scherno, è un bizzarro supplemento di rispetto e venerazione. Ma facciamo il test delle tre pagine aperte a caso, per valutarne approssimativamente il livello di disperazione (il soggetto esaminato è un’edizione Garzanti del ’66 che sta su perché tirano quattro venti, la traduzione è di Carlo Picchio):

P. 97: “…Si racconta di una certa nobile razza di cavalli che, quando sono incitati e aizzati crudelmente, si aprono per istinto con un morso una vena per aiutarsi a prendere fiato. Così succede spesso a me, ed io vorrei aprirmi una vena che mi procurasse la libertò eterna”.

Ed è subito Donatella Rettore.

P. 121: ” 21 Novembre. Ella non vede, non sente che sta distillando un veleno che sarà la rovina mia e sua, ed io, in piena voluttà, sorseggio il calice che ella mi porge per la mia perdizione.  …”

E questo è l’effetto Werther: metà del mio cervello singhiozza e vorrebbe abbracciare fortissimo questo povero ragazzetto tedesco e portarlo a prendersi una sonora sbronza consolatoria da compagni di sventura, l’altra metà sente chiaramente risuonare la voce di Pozzetto che dice “Eh, la madonna!”.

P. 147: “Ormai è cosa decisa, Lotte: io voglio morire, e te lo scrivo senza esaltazioni romantiche, tranquillo, la mattina del giorno nel quale ti vedrò per l’ultima volta. Quando tu, mia carissima, leggerai questo scritto, il freddo sepolcro già coprirà le spoglie rigide di questo irrequieto infelice che, negli ultimi momenti della sua vita, non sa trovare dolcezza maggiore che conversare con te. …”

Freddo sepolcro, spoglie rigide, irrequieto infelice. Meno male che hai finito le esaltazioni romantiche, Werther. Poi scusa ma non quadra: Metti che la lettera le arrivi il giorno stesso, prima di seppellirti ci metteranno un po’ di tempo, o no? Ti vestiranno pure, ti faranno uno straccio di bara, o ti buttano nel fosso del cimitero di Eia (PR) come si suole fare coi gatti asfaltati? Stai calmo.

Livello di tristezza, massimo.

2. Ninna nanna per piccoli criminali – Heather O’Neill

lullabies

 

Saltiamo dritti di due secoli e cambiamo continente: il circo dello strazio arriva in Canada! Questo libro triste è del genere Disgrazie collettive e comunitarie. Con Goethe piangi su di te, con questo piangi per il genere umano. Tutti i personaggi sono sfigati senza rimedio, ma proprio peggio delle bambine dei cartoni giapponesi mattutini dei miei tempi, peggio di Alvaro della Forza del Destino, peggio di tutto; diamo un’occhiata agli ingredienti:

Anni ’70. Bambina dolcissima e intelligente. Babbo eroinomane che ce la mette tutta per smettere ma non ce la può fare e son collegi e centri di recupero, e son pianti, e son servizi sociali. Prostitute, pedofili, papponi e papponi pedofili. Carceri minorili. Amori disperati e stroncati prematuramente da malattie e droghe. Vari ospedali. Educatori di comunità commoventi che ce la mettono tutta per dare una mano a una pletora di ragazzini devastati e scappati di casa. Dickens cent’anni dopo. Lo stile essenziale e sintetico che pervade narrazione e riflessioni della protagonista rende il tutto ancora più coinvolgente e disperato. Un capolavoro dello star poco bene, una vera delizia per il lettore masochista. Per dare un’idea, nel romanzo vengono citati spesso una canzone e un film: la canzone è Desperado degli Eagles, il film è Velluto blu. Enough said.

3. Norwegian Wood – Haruki Murakami 

NW

Beh ma nella Libreria delle Tristezze, vi aspettavate veramente di restare senza lo zio Mura? Attenti, spoiler: ci sono almeno due suicidi. Se indovinate entro le prime venti pagine chi s’impicca, si strozza o si butta da un ponte , vincete un flacone di stricnina autografato da Haruki in persona. Scherzi a parte, questo è un libro che ha diviso il Circolo LAP in due, ma proprio tipo caso Dreyfus. Io sono nel partito minoritario, quello degli amanti di Murakami. Amo la sua delicatezza estatica, la purezza e il candore con cui mi accompagna nel suo malinconico universo popolato di donne depresse insopportabili, sentimenti ossessivi e uomini dolci, fragili e delicati come statuette di vetro. Leggere Murakami quando sei triste è un terno al lotto: alla fine o ti senti cullato e compreso nella tua malinconia, o finisci in diagnosi e cura. Se siete coraggiosi, provate.

4. Luce d’estate ed è subito notte – J. Kalman Stefánsson

luce

“Per quale motivo ho vissuto, ci ha domandato nostra zia in punto di morte, abbiamo aperto la bocca per rispondere, senza conoscere la risposta, ma era già morta, perché la morte comunque ci precede di un buon passo”. 

Io non credo di dover commentare. Ho amato questo triplo concentrato di disagio. Sono racconti incatenati tra loro dal tema: le vite, i sogni, le bizzarrie e le ansie degli abitanti di un piccolo paese senza nome in Islanda, remoto ma dotato di una strana caratteristica che lo rende assolutamente singolare. Uno strano tipo di angoscia, più simile alla rassegnazione che al dolore, pervade ogni pagina. Pure lui esagera, bisogna dire: a una certa iniziano a tirare le cuoia a un ritmo che ti fa seriamente preoccupare per lo stato demografico dell’isola, che si sa non è delle più popolose. Stefánsson è un maestro assoluto nel creare ansia e dubbi esistenziali con le sue domandine filosofiche infilate tra un poliziotto pittore e un’allevatrice impazzita; arrivi in fondo che sei tutto un “chi sono” e un “dove vado”, e vorresti tornare ai tempi in cui ti ricordavi dell’Islanda solo quella volta ogni tre anni che si svegliava un vulcano e bloccava il traffico aereo di tutto il continente.

5. La Morte del padre – Karl Ove Knausgård 

karl

Karl. Caro, vecchio Karl. Caro, dolce, vecchio beccamorto Karl. Io credo che questo sia veramente un libro geniale, su tutti i livelli. Estremamente profondo ed emotivamente distruttivo, il primo volume di una grande opera autobiografica. Un lungo periodo nella vita di un uomo, senza ritmi e convenzioni specificamente narrativi, che appassiona nella sua autenticità apparente, nel suo sarcasmo amaro che ci porta a chiederci, più e più volte se l’autore si stia effettivamente concedendo attimi di ironica esagerazione per prendersi gioco dei lettori, o se sia veramente un corvaccio nero e nichilista sempre pronto a parlare di morte, vacuità dell’esistenza e inutilità della specie umana nel cosmo. In entrambi i casi, io gli voglio bene. Basta l’incipit per amarlo:

“Per il cuore la vita è semplice: batte finché può. Poi smette.”

E via di una decina di pagine di riflessioni sull’impulso umano ad occultare i cadaveri (“Finché i morti non sono d’intralcio, non c’è nessun motivo per avere fretta, tanto non possono morire una seconda volta […] Perché tutta questa fretta di portarli via e nasconderli?”) . Sia chiaro che queste prime pagine agiscono come un filtro: le brutte persone come me che non hanno remore a leggere e parlare di questi argomenti, vanno avanti. Con Karl, sempre. Avventurandosi nelle foreste di un disagio lugubre, filosofico, estremamente acuto, beffardo, cinico e assai poco sentimentale.

6. Il Soccombente – Thomas Bernhard

soccombente

Ed eccolo. Il re della tragedia assoluta. Un’interminabile lamentazione che non porta a nulla se non alla consapevolezza che ogni sforzo è inutile, vano e nemmeno confortato dal bagliore dell’eroismo, poiché colui che lo compie è destinato a restare nell’ombra, ammorbato dal disonore, dall’odio per sé stesso e dal disgusto per la vita. No, qua non ce la posso fare. Pianisti austriaci che si piangono addosso perché non sono bravi quanto Glenn Gould, gironzolando per città nebbiose e semideserte o visitando cimiteri e discorrendo di suicidi. Metafora dell’esistenza, riflessione sulla depressione, sì, ok, splendido, va bene… Ma questo è un classico esempio di eccesso. Un tale florilegio di disgrazie, autocommiserazione e dettagliata narrazione di riti funebri non può che cadere nell’ effetto Totò (ve lo ricordate quando saltava spaventato in giro per la casa del custode del cimitero gridando “Il Loculo! Il Loculo!”?). Gli orrori della vita perdono il loro ancestrale, temibile ascendente emotivo per diventare un grottesco motivo di scherno.

Incommentabile. Dirò solo che mentre lo leggevo, continuavo a ridere pensando a questa scena:

Scena che credo sia di degna conclusione a questo post, che è un’insalata mista di sofferenze.

Sperando di esservi stata utile o almeno non avervi arrecato danno, mi professo sempre vostra affezionatissima

MZM

 

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