In un geniale (come ogni cosa da lui scritta) e affascinante breve saggio intitolato “E Unibus Pluram: Gli scrittori statunitensi e la televisione” [1], David Foster Wallace (d’ora in poi indicato come DFW [2]) riflette su come l’ironia sia la vera cifra del post-moderno, identificando la stessa come fulcro nodale del rapporto tra i mezzi comunicativi del secolo scorso (XX) [3]

DFW

 

“il punto su cui letteratura e televisione si incontrano e trovano un’intesa è quello dell’autoironia consapevole”

Proseguendo nel discorso, DFW argomenta che, se all’inizio il meccanismo dell’ironia era un’arma potente in mano alla cultura contro la massificazione dei gusti e dei consumi, negli anni successivi (dagli anni ’80 circa) la televisione è riuscita a strappargliela di mano, usandola per i propri scopi.

 “la televisione ha rovesciato la vecchia dinamica di allusione e riscatto: ora è la televisione che prende elementi dal post-moderno e li piega ai propri fini: attirare spettatori/consumatori”.

Queste pagine mi hanno spesso stimolato a pensare a quale possa essere il ruolo dell’ironia nei nuovi canali digitali, in particolare le interazioni digitali attraverso le quali (pare) stia cambiando il sistema di comunicazione. [4]

Mi sembra di poter ipotizzare che la comunicazione via rete (social, ma non solo – la situazione mi pare similare anche per le chat, i forum e altri spazi comunicativi di qualche lustro fa) renda l’ironia alquanto più difficile, non solo da fare, ma anche da “leggere”. [5]

Potrebbe essere una prospettiva positiva, in un certo senso: contro la massificazione televisiva ironica e/o la letteratura postmoderna per cui non c’è più nulla di davvero importante e serio, riappropriamoci del senso profondo del reale, spostandoci sulla rete. Qui solo possiamo trovare la verità invece della comunicazione “ufficiale” che ci nasconde come stanno le cose veramente! [6]

 

 

Credo ci sia una difficoltà intrinseca nell’usare l’ironia all’interno della rete: da un lato l’interazione continua, immediata e istintiva mal si presta agli scambi ironici. In effetti, considerare un testo come ironico richiede tempo, capacità di analisi approfondita e un sano dubbio di partenza sulle reali intenzioni dell’interlocutore, quindi è necessario un pensiero analitico, più che una reazione istintiva. Cose impossibili da avere nel breve intervallo di reazione disponibile per replicare ad un commento o ad un post.

E’ chiaramente molto più veloce e semplice rispondere in modo netto e uni-laterale, rimanendo al livello base dello scambio (cioè il senso letterale) perdendo del tutto l’intento ironico. Ed in questo modo una conversazione/scambio partita con intenti ironici (almeno da una parte) finisce spesso per risolversi in una disputa fine a se stessa dove lo spirito ironico svanisce immediatamente.

D’altra parte, mi pare di poter dire che l’ironia resta un modo alquanto sano e rilassante per gestire le relazioni inter-personali, anche quelle digitali.

Se avete voglia di rifletterci ancora, mi spingo a chiedere i vostri contributi per arrivare ad un decalogo della persona ironica: [7]

1 – il primo oggetto dell’ironia deve essere la nostra persona: la prima cosa da non prendere sul serio siamo noi stessi.

2 – l’obiettivo dell’ironia sia il miglioramento delle relazioni interpersonali: meglio scambiarsi un sorriso che un insulto.

3 – usare l’ironia con parsimonia: “la vera ironia si usa solo in casi di emergenza. L’uso prolungato la fa diventare la voce di gente in gabbia che ha finito per amare le proprie sbarre”, [8]

4 – essere coscienti di quanto chiaramente detto da DFW: “E state attenti: l’ironia ci tiranneggia. La ragione per cui l’ironia [….] è allo stesso tempo così potente e così insoddisfacente è che chi usa l’ironia è impossibile da inchiodare. Tutta l’ironia è basata su un implicito “non sto dicendo sul serio”. ” 

Inoltre, dato che siamo su un blog dedicato ai libri, ricordiamoci anche che il meccanismo ironico è ovviamente ubiquo nella letteratura: partendo dal Polonio nell’Amleto:

My liege, and madam, to expostulate

What majesty should be, what duty is,

What day is day, night night, and time is time,

Were nothing but to waste night, day, and time;

Therefore, since brevity is the soul of wit,

And tediousness the limbs and outward flourishes,

I will be brief. 

passando per Oscar Wilde e Jonathan Swift, per Pirandello fino ai post-moderni DeLillo e Pynchon.

E quindi, come sana medicina per guardare alla realtà con un maggiore e leggero distacco, vi chiederei di nominare i vostri autori “ironici” preferiti – io vado con il DeLillo di Rumore Bianco e l’indimenticabile Bartleby di Melville!

 

 

In chiusura, vi invito a tenere bene in mente cosa diceva l’indimenticato Signor G. Ma attenzione! Perché, tra l’avere la sensazione che il mondo sia una cosa poco seria e il saper muoversi dentro perfettamente a proprio agio, esiste la stessa differenza che c’è tra l’avere il senso del comico e essere ridicoli” [9]!

Bonus Track:

Alanis Morissette: “Ironic”

 

 

[1] disponibile in “Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più)” traduzione di Vincenzo Ostini, Christian Raimo e Martina Testa, Roma, Minimum Fax, 1997, pp. 317, ISBN 88-86568-76-2.

[2] molto spiacente per voi, ma adoro gli acronimi per i seguenti motivi:

(a) rendono molto più veloce la battitura per i pigri della tastiera come me, anche di più del Copia&Incolla,

(b) sono uno spazio creativo e fonte di grande divertimento irrinunciabile, specie per chi deve continuamente preparare progetti senza speranza di finanziamento – ideare l’acronimo è spesso la sola spinta motivazionale per scrivere lo stesso,

c) permette di creare immediatamente un meccanismo di selezione naturale tra il lettore attento (che si ricorda per cosa sta l’acronimo) e quello disattento (che deve sempre tornare alla ricerca della definizione).

[3] a scanso di equivoci sulla dimensione del mio ego, tengo a precisare che mi vergogno alquanto nel tentare di riassumere in poche righe il pensiero di uno dei geni della letteratura degli ultimi 20 anni (IMHO) – ma ripongo fiducia nella vostra comprensione e tolleranza.

[4] mi sarei proposto, per ignoranza e paura delle banalità, di evitare di avventurarmi in previsioni o giudizi sulla rete, i social et similia. Se il volenteroso lettore notasse luoghi comuni, generalizzazioni insulse e copiature da “opinionisti” è pregato di segnalarlo nei commenti: per ogni segnalazione provvederò ad autopunirmi leggendo un twit di Gasparri….

[5] se oltre agli acronimi, odiate anche gli un-quote, direi che è il vostro giorno sfortunato….tiratevi su con questo

https://www.youtube.com/watch?v=iXK68c3ColY

[6] è ovvio che in un testo dedicato all’ironia qualche passaggio ironico sia irrinunciabile.

[7] non che il numero dieci sia strettamente necessario: ma per qualche arcano motivo “pentalogo”, “eptalogo” o ” ottalogo” mi sembrano parole alquanto idiote.

[8] Lewis Hyde “Alcool and Poetry; John Berryman and the Booze talking” American Poetry Review, 1987

[9] Giorgio Gaber, “Il presente (prosa)” in “Anni affollati” (1981/1982)

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