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Il Circolo è in formazione ridotta, in questa sera di tempesta. Pochi, eroici soci incoronati di capigliature fradice e giacche inzuppate di pioggia si raccolgono attorno al tavolo. Nella sala semivuota, le nostre uniche compagnie sono il tambureggiare dei tuoni e i sussurri di uno sparuto gruppo micologico – geriatrico pervenuto all’Argonne chissà come, probabilmente esaltato dalle ricche prospettive fungine offerte dalle condizioni del clima.

Io ho proposto il libro. Non l’ho finito. Sensi di colpa. Tentiamo di avviare la discussione in maniera consona alla prestigiosa società di sommi eruditi che siamo:”C’è un gruppo micologico?” esordisce Chiara, durante le consuete chiacchiere d’inizio “Ma nel senso che vanno a funghi o che ce li hanno?”.

Incredibilmente, per alcuni minuti riusciamo perfino a parlare del libro. “Non so voi, ma la mia traduzione era terribile” afferma Cristina M. “Complicata, poco fedele al testo originale, con troppe libertà”. Manuela è d’accordo. “Non è un’opera da leggere in periodi troppo impegnati. L’ho trovato complesso, e certo la traduzione non ha aiutato neanche me”. Emilio riconosce, a difesa dei poveri traduttori (me li immagino chini su tomi polverosi, ingobbiti e accecati dalle parole, a tentare di soddisfare lettori esigenti senza macellare autori immortali, mentre fuori splende il sole): “Tradurre la commedia shakespeariana è un’operazione quasi impossibile. Addirittura quasi insensata. L’importanza del legame tra contenuti e linguaggio è enorme, e le differenze linguistiche in questo caso sono insormontabili, se si vuole mantenere il significato dei dialoghi”. Chiara commenta l’infedeltà al titolo della versione italiana: “Merry wives è completamente diverso da Allegre comari. ‘Moglie’ e ‘comare’ in italiano hanno due connotazioni molto diverse, ed essendo l’intreccio concentrato sul tema del matrimonio, forse sarebbe stato meglio non stravolgere così anche il titolo”.

Leggerlo come un romanzo non ha senso” afferma Giulia “Probabilmente, indipendentemente dalla traduzione, vedere le Allegre comari a teatro sarebbe stata un’esperienza più completa”. Dovremmo pensare a un’uscita del circolo a teatro. Sarebbe estremamente soddisfacente. Luca cerca di guardare oltre le famigerate traduzioni: “Ho apprezzato molto i giochi di parole, il modo in cui ogni personaggio deforma il linguaggio secondo la sua inclinazione e la sua cultura. Il lavoro sulla lingua è quasi più interessante della trama.” Giulia osserva ancora che perfino gli accenti di alcuni personaggi sono stati mutati in altrettante varietà regionali di italiano. “Stasera si parla di ‘come ammazzare una commedia’”, conclude Valentina. Non mi pronunzio. Dirò soltanto che mi ha estremamente disturbato la mancanza del testo originale a fronte, ma sono povera, non potevo comprarmi un’edizione migliore e in biblioteca avevo già raggiunto il numero massimo di prestiti in corso.

“La scena della biancheria sporca è molto intensa” trova Cristina M. (stasera si passa da un argomento all’altro in estrema libertà, in un curioso e liberatorio pastiche di opinioni e riflessioni) “i dettagli sulle condizioni dei panni, le macchie, il grasso e la sporcizia… La descrizione mi ha quasi disgustato”. Emilio ci ricorda che Sir John Falstaff è originariamente un personaggio di Enrico IV. “Sì, nel dramma viene allontanato dalla corte, e questa commedia tratta della sua vita successiva a Windsor” conferma Cristina C. In pratica Willie si fa le fanfiction da solo. Se già non c’erano abbastanza motivi per amarlo, eccone un altro.

Ci guardiamo in faccia.

Tuona.

Finiamo a parlare di cartoni animati e salse di pesce marcio.

“La prossima volta, povero William, leggiamo un bel tragedione e vediamo come va” propone Cristina M. Sono d’accordo. Le tragedie uniscono, sono universalmente condivisibili. L’umorismo si nutre di presente e palpitante vita, cultura, circostanza, ha un contesto capriccioso che varia continuamente, mentre la sfiga, anche se altrettanto multiforme, è granitica e universale e ci avvolge con la sua viscosa devastazione. Forse. Cosa ne so io di queste cose? Niente. La smetto? Sarà meglio.

Nella brutta copia, a questo punto ho scritto: Questo verbale sarà come la mia tesi: trovare qualcosa da scrivere sul nulla assoluto. 

Ce l’ho fatta a proporre un libro che ha fatto schifo a tutti anche se era di Shakespeare. È un record. In effetti non sono riuscita a finirlo; ci riproverò tra qualche anno. E sì, è strano, complesso e la traduzione non si può sentire. Ho letto nell’introduzione alla mia edizione (una BUR di fine anni ’90) che probabilmente Shakespeare scrisse questa commedia in breve tempo, e sotto intense pressioni dei committenti. Lo perdoniamo? Sì, dai.

Ed ecco il momento che tutti aspettiamo e temiamo insieme: la degenerazione, il brainstorming libero, la ridda di racconti di vita vissuta, discussioni su altri libri, conclusione di affari, contrattazioni, risate, Trono di spade e pettegolezzo. Qualcuno urla “Baricco!”. Volevamo celebrare Shakespeare nel suo quattrocentesimo anniversario, e non ce l’abbiamo fatta. Ma perché parlare di allegre comari, quando possiamo essere allegre comari?

Dismettendo per stavolta ogni tono ufficiale, riverisco come sempre ed umilmente mi ritiro in buon ordine nella cesta dei panni sporchi, cordialmente vostra serva humilissima

MZM

BIBLIOGRAFIA:
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