“Io penso talvolta che vita, che vita sarebbe la mia,/ se già la Signora vestita di nulla non fosse per via…”

Avete presente quei personaggi dei libri o dei film (o delle serie tv) di cui v’innamorate perdutamente pur sapendo che se vi capitasse di conoscere nella vita reale qualcuno con gli stessi modi e lo stesso carattere lo detestereste di cuore?

Ecco, a me capita qualcosa del genere con Guido Gozzano. Sì, proprio lui: il poeta torinese che le antologie usano come esempio del crepuscolarismo e che liquidano, quando va bene, con L’amica di nonna Speranza, Totò Merumeni e qualche stanza de’ La signorina Felicita, che tutta è troppo lunga e bisogna passare al Novecento.
Io di questo ragazzaccio pallido e nasuto, morto esattamente 100 anni fa, il 9 agosto 2016, della più letteraria delle malattie – la tisi – sono innamorata da quando avevo 16 anni.

Ne devo dare la colpa e il merito all’insegnante di italiano della quinta ginnasio che, l’ultimo giorno di scuola, dopo avermi interrogato in storia, decise di trascorrere l’ultima mezz’ora nella nostra classe leggendoci alcune poesie del suo autore preferito: una sorta di regalo d’addio che per me fu una specie di folgorazione.
Qualche giorno dopo entrai a passo di carica nell’indimenticata libreria “Passato e Presente” e mi procurai l’edizione Bur delle poesie di Gozzano. È da allora che quel libro staziona sul mio comodino o nelle immediate vicinanze.

Mi piace perché è un grumo di inestricabili contraddizioni: datato e moderno, retorico e ironico, melodrammatico e dissacrante, mediocre e altissimo, irritante e commovente.

Mi piace perché si ficca dentro le sue stesse poesie come personaggio, ma si scrive con le minuscole e si prende in giro.

Mi piace perché, alle soglie del Novecento, si mette in testa di scrivere un poema didascalico sulle farfalle: roba che neanche Parini! Ma in quel poema appende una crisalide al naso storto di un busto di Dante.

Mi piace perché, a volte, fa davvero ridere: e poeti e cantautori che, pur nello strazio di fondo che pare inevitabile in ogni opera d’arte, riescono a far ridere, credo si contino sulle dita di una mano.
Sia chiaro: in genere, una manciata di righe dopo ti abbatte con una considerazione lapidaria sulla vanità dell’esistenza degna del miglior Leopardi; ma fa parte del gioco, no?

Mi piace perché sa costruire sequenze perfettamente cinematografiche: Graziella che spinge su per una salita campestre la bicicletta col cestino pieno di rose; la donna coi pattini che volteggia sola sul lago ghiacciato nel quale s’è aperta una crepa, sfidando l’amante a seguirla; il bimbetto che nella sabbia con le formine, anziché costruire castelli, dichiara solennemente: “Sto giocando al Diluvio Universale”; la scena del solaio ne La signorina Felicita, che comincia con la descrizione del suo amato ciarpame e termina con l’improbabile dichiarazione d’amore interrotta dai richiami della cuoca: “Scendiamo! È tardi: possono pensare/ che noi si faccia cose poco belle…”; e l’intera “Non radice sed vertice”, che inizia con la folla che scema da un teatro all’imbrunire, prosegue sorseggiando te e demolendo l’opera di Fogazzaro in un salotto “molto dabbene” e termina, a sorpresa, con una scomoda pomiciata sul canapè.

Mi piace per alcune sue sentenze devastanti che, avessi un po’ di coraggio, mi farei tatuare da qualche parte. Prima fra tutte la celeberrima “Non amo che le rose/ che non colsi. Non amo che le cose/ che potevano essere e non sono/ state…”; ma ce ne sono altre: “Un buono/ sentimentale giovine romantico… / Quello che fingo d’essere e non sono!”; “Sorrido e guardo vivere me stesso”; “Miserere di questa mia giocosa/aridità larvata di chimere”.

Ah, beh, e mi piace persino perché, come avrete notato sopra, usa i punti esclamativi e i puntini di sospensione peggio di un liceale!

Mi piace perché alcuni dei suoi personaggi si aggirano in più di una poesia, quasi fossero attori-feticcio di qualche regista famoso.

Mi piace perché vorrebbe sempre essere altrove, pur sapendo benissimo che quell’altrove, passato o futuro che sia, non sarebbe migliore del presente: è solo un sogno, e proprio per questo – solo per questo – desiderabile: “Non agogno/ che la virtù del sogno:/ l’inconsapevolezza”.

Intendiamoci, a volte sa essere davvero irritante: detesta D’Annunzio e poi lo saccheggia a piene mani; ha un’idea alta ed elitaria della poesia, ma non si fa scrupoli a scrivere dimenticabili versi d’occasione e ad attingere temi e sentenze dalla più lacrimevole letteratura popolare. Costruisce splendide figure di donne colte, fatali e tormentate, ma dichiara di preferire una sveltina con qualche cameriera (lo dice in modo più elegante, ma il senso è quello) e a me viene da prenderlo a testate; ma anche questo è l’ennesimo dei suoi autoinganni, ai quali non crede fino in fondo.

Mi piace perché riesce a scherzare sulla morte pur sapendo benissimo di averla perennemente posata su una delle sue ossute spalle: ci gioca con invidiabile leggerezza, tanto che anche la sua malattia pare essere una finzione poetica come tutte le altre, ma non la è affatto. E ogni volta che rileggo “Alle soglie” non so mai se ridere o piangere.

Quando ho compiuto 33 anni – età che di solito evoca ben altri impegnativi paragoni – ricordo di avere pensato che ero vissuta più a lungo di lui, combinando molto meno.
Eh già perché il gracile Guido non è rimasto 32 anni chino sui libri a piangersi addosso: finse di frequentare l’università, ma pare apprezzasse più i bar dei goliardi che le aule. Scrisse fiabe e articoli di colore per diversi quotidiani: quello della donna che sposa il garibaldino che le è letteralmente piombato in testa dal piano di sopra è un piccolo capolavoro; frequentò il bel mondo delle lettere e delle arti, intrecciando storie più o meno durature con attrici e poetesse allora celebri, tra cui Amalia Guglielminetti, che gli fu prima amante e poi amica, musa e confidente. E fece pure un viaggio in India, decenni prima dei figli fiori. Ne tornò con poche poesie e una manciata di racconti, colmi di stereotipi tipici dell’occidentale in oriente, ma molto divertenti.

Infine, Guido mi piace perché mi ha permesso di dare un nome allo stato d’animo con cui affronto il mondo da quando ne ho memoria: ovvero una certa quale perplessità. Lui ne ha fatto una cifra poetica, io mi accontento di tirarci a campare con la consapevolezza, quantomeno, di essere in buona compagnia.

PS: V’informo che, proprio in occasione del centenario della morte, Einaudi ha ripubblicato tutte le poesie di Gozzano in un’edizione in due volumi. Nel caso, nonostante il mio sproloquio, vi fosse venuta voglia di leggerlo…

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