Lo sprezzo e gli sghignazzi alle spalle delle famigerate “fascette” che avvolgono i libri è cosa nota e quasi mainstream (mi si perdoni il leggero snobismo) – al punto che è difficile trovare qualche lettore che apprezzi queste colorate strisce che fasciano i nostri oggetti del desiderio. Possiamo alzare il sopracciglio di fronte a chi si lascia sedurre da frasi ad effetto e rimandi cinematografici, con il sottile sorriso di chi la sa lunga e sicuramente non cade preda di tali facili specchietti per le allodole, vero? [1]

Quindi, ispirato dal travolgente post sulle copertine della fantastica Marian Mosnikoff, non sulle fascette vorrei sparare qui, bensì su entità presenti da ben più tempo su tutti i volumi che popolano le librerie: le quarte di copertina!

Tutti noi che vaghiamo pescando libri in qualsivoglia luogo non resistiamo a leggerne il retro e/o i risvolti – alzi la mano chi non ha scelto un libro sulle base di queste poche frasi!

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Purtroppo però, l’avvenente lettrice qui sopra è destinata a restare delusa: quasi mai è possibile giudicare un libro dalla quarta di copertina, ahimè! Infatti, gli spazi ivi disponibili sono terra di conquista di oscuri, ignoti e pericolosi redattori freelance il cui obiettivo è convincere (ergo, vendere il libro). Illuminante (o terrificante, fate un po’ voi) è un simpatico “Diario di una redattrice freelance” in cui si consiglia come scrivere una quarta di copertina [2] – basti questa epigrafe:

chi scrive la quarta di copertina al 98% non ha letto il libro“.

Ora, la vita è dura, i nostri giorni sono immersi nello strazio, bisogna pure raccattare la pagnotta in qualche modo e sono l’ultimo che può criticare un precario che cerca di coniugare alte aspirazioni personali con prosaiche attività professionali – però rivendico il diritto di dire qualcosa su questa deriva verso i livelli più infimi.

Una volta era Calvino che scriveva le quarte di copertina (per Zazie nel metrò di Raymond Queneau) oppure erano gli stessi autori a curarle (Manganelli, Landolfi, Cassola).

E lo stesso Calvino suggeriva:

Prima di scrivere occorre documentarsi su tutto e sempre: le date, i nomi, i titoli. Poi si può iniziare, sapendo però che il cammino per arrivare a un testo appena accettabile è lungo e tortuoso. Parti dal poco, basta una piccola idea, ma netta, precisa, che s’accampi sulla pagina. Su quella bava di ragno potrai sviluppare la ragnatela delle parole. Togli tutti gli affari in -ente, prediligi l’aggettivo nitido e lavora di bulino soprattutto sui verbi. Limare non significa cambiare l’impostazione generale, bensì rendere ogni frase il più possibile coerente con il tutto” [3]

E quindi è ora che i lettori alzino la voce ed esprimano il loro apprezzamento (o disprezzo) anche sulle quarte di copertina: quindi seguitemi con fiducia (ma anche con un po’ di comprensibile apprensione) ed andiamo a classificare come queste entità libresche possono ammaliarci, irritarci o farci dare di stomaco.

A) Il riassuntino:

I redattori di questa specie sono evidentemente rimasti traumatizzati dalle virago che gli hanno insegnato l’italiano (non troppo bene, a volte) e quindi vivono nel timore di “andare fuori tema” – quindi conviene stare sul sicuro e presentare un bel sunto della trama, includendo finali e colpi di scena. Questa categoria è particolarmente diffusa nelle ennesime nuove edizioni di classici della letteratura: chissà che il pensiero recondito sia quello di specializzarsi in Opere delle Letteratura “sintetizzate” [4].

Ora, massimo apprezzamento per lo sforzo inumano di restringere centinaia di pagine in poche righe [5], ma in quale particolare encefalo può svilupparsi il concetto che leggere tutta la trama in pochi secondi possa invogliare a comprare il libro stesso?

Case Study: Anna Karenina di Lev Tolstoj – BUR.

Anna è giovane, bella e sposata a un uomo che non ama: quando incontra Vronskij, brillante ufficiale, con spavento e gioia se ne scopre attratta. Per Vronskij lascia marito e figlio, ma allo spegnersi dell’amore di lui si rifiuta di tornare sui propri passi e decide da sé quale dev’essere la fine….. Introduzione di Pietro Citati.”

Complimenti davvero: siete riusciti a rovinare il piacere della lettura in solo due righe. E la beffa è che avevate anche inserito un buon estratto dall’introduzione di Pietro Citati! Ma niente, bisogna proprio raccontare la trama, vero?!?

B) L’esca (AKA “Book-bait”):

Qui il mandante è evidentemente la casa editrice e la missione inconfessabile è chiaramente questa – “Questo libro se lo leggerebbero in poche centinaia di fanatici, tu devi aumentare questo numero ad ogni costo”. E quindi – whatever it takes – scrupoli e moralità vengono abbandonati e le righe hanno solo un obiettivo, attirare lo smarrito vagabondo delle librerie ad acquistare il volume. Le sirene erano ingenue e civettuole ragazzine al confronto di questi spietati e spregiudicati scribacchini: delitti, complotti, segreti, massacri e soprattutto sesso che, come noto, è lo strumento principe per convincere qualunque essere vivente, inclusi i lettori. Ovviamente senza nessuna relazione con il testo.

Case study: Il pianeta azzurro di Luigi Malerba – Oscar Mondadori.

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E’ un libro complesso, basato su una costruzione meta-letteraria vertiginosa e molto moderna, insomma un libro non proprio per tutti. [6] Ecco, questa è l’orribile descrizione che appare nell’edizione Mondadori:

In queste pagine si snodano, nella forma di un giallo paradossale, le trame occulte della P2 e le ramificazioni di un potere perverso e mafioso che si estende ancora oggi nei sotterranei della politica italiana. Al centro della narrazione la storia di un attentato con precisi riferimenti alla realtà storica del Novecento dalla quale emerge un personaggio politico di primo piano che il lettore non tarderà a riconoscere.”

Ma di cosa stiamo parlando?!? Non c’è nessun riferimento preciso, nessun complotto o trama occulta da disvelare e soprattutto nessuna correlazione con la realtà storica! E l’esca finale è davvero squallida: chi volete che sia il Belzebù? (sempre lo stesso dal 1960 al 1990, pace all’anima sua!)

C) L’hanno detto anche loro! (AKA “book blurb”) :

quando il povero redattore ha poche frecce nel suo arco, una risorsa che grandi soddisfazioni ha dato ai distributori di film è quella di prendere frasi (o anche singole parole) da recensioni, commenti, articoli o qualsivoglia scritto apparso su qualunque testata (ultimamente valgono anche i siti o i blog – ora, grazie a Google, una quarta di copertina può auto-comporsi in pochi secondi).

Non importa la testata (e assolutamente mai il nome del critico o sedicente tale, non sia mai che voglia qualche royalty sulle vendite), né il testo. [7] Quindi se la recensione dell’ “Eco della Val Tidone” osserva: “Prima prova letteraria di un esordiente, che farebbe meglio a dedicarsi alla raccolta di funghi, anziché sprecare carta con un simile pazzesco lavoro. Prevediamo maggior successo per l’autore nel campo della micologia.” è un gioco da ragazzi schiaffare a titoli cubitali:  “Prima prova letteraria…pazzesco lavoro! Prevediamo maggior successo per l’autore!”

Case study: Cronosisma di Kurt Vonnegut – Bompiani.

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Un crescendo di singole parole fuori contesto, insulse (esistono i classici morenti?), iettatorie (Ultima risata in senso letterale?) fino all’acme finale: “Una benedizione” !?! Proprio Vonnegut che è un sardonico scettico di ogni religione si metterebbe a benedire come un vescovo?

Sui book blurb, permettimi un piccolo sconfinamento nel “fascettese” – questo è secondo me è l’uso più geniale che se ne possa fare

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D) La bio (AKA “Io so’ io e voi nun siete un…”):

Quando l’autore del libro ha un ego delle giuste dimensioni, tipo il Taj Mahal o Ayers Rock (quindi, quasi sempre), la casa editrice può anche graziosamente concedere lo spazio per una breve presentazione dello scrittore stesso (risparmiando mal di testa ai redattori e anche qualche ghinea di spesa, che non fa mai male di questi tempi).

Non saremo così ingenui da pensare che il narcisismo sia evitabile in uno scrittore [8], ma come dicevano i greci “in medio stat virtus” (veramente lo dicevano in greco antico, ma io ho fatto lo scientifico e conosco solo il latino) e un minimo di autocontrollo sarebbe gradito.

Invece spaziamo tra

  • gigantografie degli autori che occupano l’intera pagina (e spesso causano un collasso all’inconsapevole lettore che gira il libro appena preso in mano),
  • simpatiche biografie in cui sono elencati tutte le imprese del nostro, inclusi tutti i libri pubblicati [9]. Se il pensiero che vi sovviene al leggere questi curriculum è sempre lo stesso: “Ma intanto che lui scriveva 7 libri negli ultimi cinque anni, io che cazzo ho fatto?”, sappiate che non siete i soli.
  • icastiche e umili righe quali: “Severino Geniali. Nato a Caccamo 40 anni fa. Vive in un garage. Scrive.”. Ecco, un attimo di pausa perché tali righe hanno il potere di suscitarmi una irritazione e un odio personale davvero illimitati:  ma brutta faccia da #]*^?, ma chi @]¡ˆ# credi di essere, da non sprecarti neppure a dirci chi [@#]¡ sei o che [@#¶]¡ fai!! [10]

Anche in questo caso, rimane oscuro il motivo per il quale nel cervello dell’editore neuroni e sinapsi si configurano fino ad arrivare alla rappresentazione del pensiero che tali informazioni (in qualsivoglia formato di quelli elencati qui sopra) possano invogliare il lettore a comprare il libro.[11]

Case Study: …per la gioia dei miei soci del circolo di lettura (!!!)…..Tre volte all’alba di Alessandro Baricco – Feltrinelli.

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“Alessandro Baricco, torinese, è nato nel 1958. Ha scritto saggi e romanzi tradotti in tutto il mondo.”

non c’è bisogno di commenti, vero?

E) Shock and Awe

Un altro metodo per risparmiare tempo e neuroni dei redattori è anche quello di riportare frasi dal testo stesso del libro. Ovviamente con le virgolette di prammatica, un font di impatto e dimensioni considerevoli e altri mezzucci per creare un atmosfera da Ipse Dixit che colpisca e stordisca il lettore. Il dubbio che il libro sia stato aperto a caso, prendendo le prime righe su cui sono caduti gli occhi del redattore rimane, ma bisogna riconoscere che rispetto ai casi precedenti questo approccio almeno non indispone il lettore con “spoilers” o false esche. Certo, anche in questo caso si contribuisce a gonfiare considerevolmente l’ego dello scrittore che si trova alcune delle sue righe più insulse elevate al rango di iscrizione litografica, ma, ehi, non si può avere tutto!

Caso molto migliore (e direi, ideale) è quello in cui si riportano passi dall’introduzione o prefazione al libro: innanzitutto perché di solito questa è scritta da qualcuno che sa come presentare un libro (e sa come scrivere!) e poi perché invoglia ad aprire il libro e leggere di più dalla stessa sezione. Ed ecco che in questo modo si sono conquistati preziosi minuti al lettore che servono a presentare il libro nel modo migliore – ovviamente, la condizione necessaria è che ci sia una introduzione fatta bene.

Case Study: Moby Dick di Hermann Melville – Adelphi. 

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Si va sul sicuro con un brano da Elemire Zolla e citando la traduzione di Cesare Pavese, ottimo effetto con poca spesa! Notevole anche l’effetto dell’immagine di copertina che dalla prima arriva fino alla quarta.

F) Nothing at last!

Ma abbiate speranza, voi impavidi e coraggiosi che siete arrivati fin qui [12], esiste qualcuno che resiste alla decadenza totale! Sì, ci sono case editrici che, fiere ed altere, rifiutano di apporre quasivoglia segno o immagine sul retro dei propri volumi, lasciandoli intonsi (e, diciamolo, esteticamente anche più appaganti).

Quali i motivi dietro a questa scelta a prima vista incomprensibile?

– Snobismo altezzoso verso i lettori che non si fidano delle poche informazioni disponibili come titolo ed autore e, come fossimo al mercato, pretendono di avere un “assaggino” del prodotto? Orsù, signori, parliamo di cultura, mica di pomodori, qui!

– Cervellotica strategia dell’occultamento, dove la negazione dell’informazione potrebbe aumentare l’interesse del lettore? Non è forse vero che, girato il libro e constatato che il retro è illibato, il lettore procede quasi sempre a sfogliarlo? E quindi a dedicargli più tempo?

– Una situazione economica nel campo dell’editoria catastrofica che porta a risparmiare ovunque e a tagliare ogni fonte di spesa non indispensabile? Questa ipotesi avrebbe la conseguenza positiva di un auspicato ritorno alla terra di molte braccia finora sprecate nello scrivere le quarte. [13]

In realtà, nel maggior parte dei casi, il materiale di solito affisso sulle famigerate quarte è stato semplicemente trasferito sui risvolti della copertina (noti anche come seconda e terza di copertina): in questo modo il lettore alla ricerca di informazioni è obbligato ad aprire il libro stesso e quindi ricadiamo (forse) nella seconda ipotesi di cui sopra.

Concludo questa crudele disanima dei peggiori vizi nel compilare le quarte di copertina con un piccolo elenco delle più diffuse abitudini tra le case editrici più note (ovviamente preparato con i miei limitatissimi mezzi, quindi passibile di correzioni e compendi!) – andiamo dal meglio al peggio: [14]

  • Garzanti, Adelphi, Sellerio, Guanda: raffinati ed altezzosi, questi editori lasciano le loro quarte vergini, confinando introduzioni e bio degli autori nei risvolti (e di solito sono ben fatte)
  • Minimum Fax, Einaudi, Oscar Mondadori, BUR: di solito un riassuntino condito da qualche informazione sull’autore, tipicamente un lavoretto fatto senza troppo entusiasmo e che spesso casca in pessimi risultati, ma insomma, c’è di peggio.
  • Newton-Compton: ogni spazio disponibile viene riempito! Bio, riassunto, citazioni, frasi ad effetto, chi più ne ha più ne metta! Il sospetto di trovarsi di fronte allo studente che parla a macchinetta per evitare domande scomode viene, ma comunque…
  • Feltrinelli: a volte si trova il riassuntino o estratti dal testo, ma spesso le righe dedicate sono molto ridotte e si scivola nel caso pù deleterio di “poche righe ad effetto” – spesso messe un po’ alla CdC [15].
  • Fazi: frasi ad effetto prese svogliatamente dai giornali, con la conseguente reazione del lettore in rima baciata: “E Sti…zzi”!
  • Frassinelli, Bompiani, Mondadori: beh, qui siamo tra i più perversi – brani icastici dal testo, citazioni roboanti dalla stampa e, nei casi peggiori, anche la foto formato monstre dell’autore (qualche volta relegata in un risvolto per carità di patria…)

 

Insomma, la mia opinione finale è che delle quarte di copertina potremmo ormai fare facilmente a meno – informazioni e recensioni si trovano in rete in un attimo, anche dal proprio telefono nel momento in cui siamo in libreria. Ma almeno, se proprio bisogna, fatele fare a chi sa scrivere e, soprattutto, che parli di cose che conosce!

Note:

[1] Se l’argomento vi stuzzica la curiosità e la voglia di un po’ di sana cattiveria verso i prodotti delle sezioni marketing delle case editrici, vi rimando a questo ottimo articolo di Giacomo Papi

http://www.ilpost.it/giacomopapi/2016/03/22/il-fascettese-2/

– e magari può essere uno stimolo per un prossimo post su questo magnifico blog!

[2] http://diariodiunaredattriceprecaria.blogspot.it/2014/03/come-scrivere-una-quarta-di-copertina.html

[3] da “Comunicare il libro. Dalla quarta al web” S. Frattini. Editrice Bibliografica (2012).

[4] certo, esistono anche queste. Per chi non ne fosse edotto, eccone un esempio davvero interessante…http://www.simonel.com/riassunti.html

[5] E solidarietà assoluta da chi passa gran arte del tempo a ridurre e gonfiare testi per restare dentro il limite del numero di caratteri – per qualche arcano motivo ogni modulo (del MIUR, della Commissione Europea, delle Fondazioni, del CNR) ha un formato diverso e limiti inderogabili sempre diversi; quindi l’arte del riassunto rimane un talento da coltivare con grande attenzione.

[6] tra l’altro, un autore di Parma poco ricordato che meriterebbe davvero di essere riscoperto!

[7] Sembra valere il seguente teorema: “per ogni libro, esiste sempre un numero intero non negativo di frasi che si riferiscono ad esso.” Con il seguente corollario: “Per ogni insieme di frasi riferite ad un libro, sarà sempre possibile trovare almeno una parola positiva da attribuirgli”.

[8] il solo fatto di “concedere al pubblico ludibrio” (come disse amichevolmente il mio capo alla pubblicazione del mio primo articolo scientifico) il parto della propria mente è già segno di eccessiva ed irrazionale fiducia nei propri mezzi ed insensato sprezzo del ridicolo. Se non avessimo grandi ego, non avremmo grandi libri.

[9] anche se, spesso, limitati a quelli pubblicati con la medesima casa editrice del libri in esame. Traduzione: “E che ci abbiamo scritto “giocondi”? Ci metteremo mica a fare pubblicità agli altri? Hai pubblicato con loro, ma la pubblicità a loro sui nostri libri non la fai!”

[10] per qualche perla trovata nelle biografie di autori in risvolti e quarte vi segnalo questo godibile post

https://vibrisse.wordpress.com/2015/07/28/dieci-cose-che-si-leggono-sepesso-nelle-biografie-degli-autori-nei-risvolti-di-copertina-e-sarebbe-meglio-se-non-si-leggessero/

[11] Per quanto attiene il cervello dell’autore, invece, è noto che la configurazione fissa dei neuroni produce sempre lo stesso pensiero: “Qualunque cosa riguardi la mia persona, susciterà interesse, attenzione e farà vendere un sacco!”

[12] avete un sacco di tempo libero, oggi, non è vero?

[13] come la signorina della nota [2].

[14] IMHO, ca va sans dir!

[15] per questo acronimo, rimando all’ottimo post della venusta Mrs Fox  dedicato a Renè Ferretti e al suo “Facciamo alla CdC!”.

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