Non dovrei essere io a scrivere questo post, dal momento che tra noi libropolverosi s’aggirano fior di musicisti, mentre io non so leggere una dannata nota e ho nella mia strampalata collezione di cd e musicassette – sì lo so: sono rimasta indietro! – scheletri nell’armadio che basterebbero alla nostra illuminata presidentessa per farmi bandire a vita dal Circolo e dai suoi immediati paraggi.

Però è da tempo che tra noi si parla di quanto sarebbe bello scrivere qualcosa a proposito dei legami tra musica e letteratura.
Però è da sabato che io galleggio in una nuvola di glam rock inglese, tutine aderenti, zeppe improbabili e capelli arancioni; ovvero, che subisco i postumi della visita alla mostra “David Bowie is” a Bologna.
Dunque buttiamoci. E che il Maggiore Tom me la mandi buona!

dsc_5415Diciamo subito che a me la mostra è piaciuta molto, nonostante l’abbia trovata piuttosto caotica e stordente: troppe cose da leggere, ascoltare e vedere tutte assieme; e l’audioguida obbligatoria che ti danno all’ingresso non guida un bel niente, nel senso che non è la classica audioguida da museo, con cui si preme un tasto e si ascolta una spiegazione più o meno dettagliata di ciò che si sta guardando. Questa è un arnese che, man mano che ci si sposta nelle stanze o ci si avvicina a qualcosa, parte in automatico e trasmette brani musicali e stralci d’interviste. A volte ti ci vuole un attimo a capire dove devi guardare per vedere il video che corrisponde a quell’audio. A me, ad esempio, la voce di David ha preso alle spalle di sorpresa nella prima stanza. È stato piuttosto impressionante e anche un pochino commovente, ammettiamolo, sentirselo dritto nelle orecchie. Aveva una bella voce quando parlava: bassa, morbida, sottilmente divertita.

In una delle interviste racconta che da ragazzino amava comprare libri “difficili” e andarci in giro in metropolitana, piazzandoseli strategicamente nella tasca della giacca in modo che si vedesse il titolo, per far la figura dell’intellettuale. Solo che poi quei libri finiva per leggerli davvero, perché era curioso, onnivoro, estremamente intelligente e dotato pure di un’ottima memoria. E quel che leggeva, prima o poi, entrava a far parte di una canzone.
I suoi testi sono zeppi dal primo all’ultimo di allusioni e citazioni prese dalle più varie fonti e mescolate liberamente in una follia molto lucida e molto intrigante. E il nostro, che oltre che cantautore era anche attore e pittore, ha dichiarato esplicitamente che anche fare lo scrittore non gli sarebbe dispiaciuto…

Proprio in occasione di una delle tappe americane della mostra, che sta girando il mondo da un paio d’anni ed è curata dal Victoria & Albert Museum, è stato stilato un elenco di 100 libri amati da Bowie, gli stessi che, in una delle ultime sale, sono appesi aperti a mo’ di gabbiani sopra le teste dei visitatori.

Tra questi ce ne sono diversi che abbiamo letto anche al Circolo: Lolita, Il Maestro e Margherita, Il grande Gatsby.
Tra questi – sicuramente ben piazzato nella classifica dei preferiti – c’è 1984 di Orwell.

David Bowie

Nel 1973 Bowie provò persino ad allestire un musical ispirandosi al libro.

Il musical vero e proprio non si fece, perché gli eredi dello scrittore gli negarono i diritti, ma dell’esperimento restano uno spettacolo, intitolato furbescamente “1980 Floor”, andato in scena per tre sere al Marquee Club di Londra e trasmesso in Tv negli Stati Uniti, nel quale Bowie indossa alcuni dei suoi costumi più improbabili e compare anche una maliardissima Amanda Lear, e il successivo concept album “Diamond Dogs” uscito nel ’74.

Nell’album, in cui, oltre a Orwell si citano anche i racconti di William S. Burroughs, ci sono un brano intitolato “1984”, uno “Big Brother” e un terzo che si chiama “We are the dead”, che è tratto da una battuta del romanzo.

L’immaginaria città postapocalittica che fa da sfondo alle canzoni di “Diamond Dogs” si chiama Hunger City. Non vi ricorda qualcosa? Non so: una recente e fortunatissima saga young-adult ambientata essa pure in un futuro postapocalittico?

Evidentemente Bowie era molto affezionato a 1984 perché, a sorpresa, vi allude anche nel suo ultimo – in tutti i sensi – album, Blackstar.

La canzone è “Girl loves me” ed è una cosa altamente incomprensibile, scritta in un gergo preso da Arancia meccanica (toh, di nuovo un libro!) e dai gay club londinesi anni ’70 (benedetti siano quelli del sito velvetgoldmine.it che lo hanno decifrato e annotato per noi comuni mortali!).

Tra le poche cose che si capiscono, però, oltre al ritornello “Where the f**k did Monday go?”(provate a togliervelo dalla testa una volta che ci è entrato e a non mettervi a canticchiarlo nei momenti meno opportuni…), c’è un’allusione a un albero di castagno (the chestnut tree), che è il nome del bar-covo di artisti e ribelli che compare nelle prime e nelle ultime pagine di 1984, nonché il ritornello di una canzone che torna più volte nel romanzo:

“Under the spreading chestnut tree /I sold you and you sold me / There lie they and here lie we/ Under the spreading chestnut tree”.

Dove lie è chiaramente usato sia nel senso di giacere/morire, sia nel senso di mentire.

david-bowie-1000x600Mentre scriveva questo e gli altri brani dell’album – zeppi di riferimenti alla morte dal primo all’ultimo – sapeva benissimo quale sarebbe stato presto il suo destino; e fa una certa impressione pensare che abbia voluto citare di nuovo un libro a lui caro a cui aveva dedicato più di 40 anni prima molte delle sue energie creative.

E poiché nel futuro immaginato (ma non troppo) di 1984 si descrive una società impegnata a mentire a sé stessa e a riscrivere ogni giorno il proprio passato per adattarlo a un presente illusorio, non so a voi, ma a me questa scelta pare l’ennesimo geniale cortocircuito tra vita, arte e letteratura che il Duca – esperto in questo trucco dai tempi in cui giocava seriamente a fare l’alieno –ha voluto regalarci. Con una piccola, fondamentale differenza. Mentre nel libro riscrivere la storia collettiva significa uccidere la verità, credo che nel suo caso, la possibilità di reinventare a piacimento la propria storia personale sia, invece, un’ultima inquietante ed estremamente affascinante rivendicazione di libertà e, forse, anche una qualche ambigua forma di speranza…

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