“Memories become stories when we forget them” (Doctor Who)

Va bene, ho deciso: stanotte faccio outing. Letterario, ovviamente.

Io dimentico i libri.
Non nel senso che li semino in giro e poi non mi ricordo dove li ho lasciati; né che li presto a qualcuno e me ne scordo il giorno dopo, andando ad arricchire inconsapevolmente le biblioteche altrui: magari fosse quello! Sarebbe tutto sommato più normale e meno seccante.

No, io dimentico proprio i libri che ho letto.
Nel senso che, in un tempo variabile da poche settimane a un paio d’anni, ne cancello il contenuto dalla mente. Quasi tutto e quasi sempre.

I primi a sparire, in genere, sono  i nomi dei personaggi. E questo posso capirlo, perché anche nella vita reale sono una frana coi nomi.
Poi anche la trama comincia a sbiadire. Alcune scene resistono più a lungo, come iceberg alla deriva. Non sono necessariamente le più importanti: sono quelle che, per chissà quale motivo, mi sono rimaste più impresse; ma alla fine anche loro si dileguano.

Questo curioso processo di Alzheimer letterario non riguarda solo i libri che mi sono piaciuti poco o per niente: sarebbe troppo facile e, in qualche modo, spiegabile. Si tratterebbe, infatti, soltanto di un caso grave di memoria selettiva, che cancella l’inutile per trattenere solo quello che vale la pena ricordare: magari!
Io, invece, riesco a dimenticare anche libri che ho amato e persino riletto. Ed è estremamente frustrante.

C’è una cosa però che non dimentico praticamente mai: il fatto di avere o meno letto un libro.
Anche se ne ricordo giusto il titolo o un’insignificante manciata di dati, cha potrei avere benissimo appreso da un riassunto, io so distinguere a colpo sicuro i libri che ho effettivamente letto da quelli di cui ho solo sentito parlare. E mi sarà capitato non più di un paio di volte di acquistare per sbaglio in libreria qualcosa che già possedevo.
Ciò dimostra quanto la mia mente, oltre che infida, sia anche decisamente bastarda…

A questo punto verrebbe da chiedersi che diamine io legga a fare. E, in effetti, me lo sono domandato più volte, con un misto di rabbia e vergogna; ma l’unica risposta che sono stata in grado di darmi è che ne vale comunque la pena.

Leggo perché mi piace, ovviamente, perché è una fuga, un sollievo, un modo non per passare il tempo, ma per riempirlo di cose nuove: parole, pensieri, idee… E pazienza se queste, per qualche strano caso, mi si ficcheranno in testa per sempre o me le dimenticherò il giorno dopo.

Sì, perché nel mio esasperante Alzheimer librario a volte capita anche questo: che di un tomo alto due spanne, io mi ricordi soltanto una frase, un’immagine o un’atmosfera: un particolare insignificante che però contribuisce a cambiare per sempre il mio modo di guardare il mondo. E credo che ciò sia bellissimo, ma anche doloroso: perché mi dà la misura di quanto infinitamente più ricca e vasta potrebbe essere la mia vita se solo non mi fossi dimenticata così tante altre cose.
Mi consolo pensando che, forse, anche quello che ho dimenticato sia comunque nascosto, sedimentato, da qualche parte e che leggerlo sia servito a qualcosa. Forse mi illudo, ma è un modo come un altro di sopravvivere.

Quindi, non chiedetemi di raccontarvi la trama di un’opera, a meno che non abbia finito di leggerla da pochissimo; non cominciate a disquisire con me di un personaggio o di un autore senza prima assicurarvi che io abbia una vaga idea di chi sia; non stupitevi se i miei pareri sui libri il più delle volte si limitano a risposte tipo “bello”, “brutto”, “noioso”, che sarebbero degne di un indolente alunno delle medie costretto a leggere per compito.
Fingete anche voi, per piacere, un pietoso vuoto di memoria: dimenticatevi in cosa sono laureata e che frequento un circolo di lettura e accontentatevi di quel poco che riesco faticosamente a imbastirvi perché, purtroppo, è tutto quel che ricordo e che ho da offrirvi.

The rest is silence.

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