Tra una settimana (più o meno) gli USA entreranno ufficialmente nell’era di The Donald, una situazione assolutamente imprevista e imprevedibile da chiunque – un evento che ci riempie di domande e ci vuota di risposte.

Per prepararmi a questo periodo, ho voluto immergermi nel decennio in cui è nato e cresciuto il brand Trump [1]: i favolosi e famigerati anni ’80 in cui ero un ingenuo e spaesato ragazzino (a differenza di questi anni ’10 in cui sono un ingenuo e spaesato adulto). E quindi ho letto il libro-simbolo di quel periodo [2], il capolavoro di Bret Easton Ellis American Psycho.

 

 

Per chi non lo conoscesse ancora, in poche parole [3] si narra di un perfetto yuppie di New York, Patrick Bateman, che è un serial killer psicopatico ed efferatissimo.

Potete trovare altri dettagli sulla trama del libro qui e anche qui con particolari interessanti sulla storia editoriale del libro e una valida chiave di lettura.

Qui mi sentirei di aggiungere questi miei “2 cents”:
Al netto degli inserti porno-horror (scritti in uno stile piatto e convenzionale), in questo libro ci sono parecchi spunti rivelatori su cosa è stata (ed è) la vita nel centro del mondo economico, sociale e culturale. Le persone non si riconoscono, tutti sono identici a tutti e nessuno sa davvero chi sieda al tavolo vicino o con chi si stia parlando:

“C’è qualcuno che vede davvero qualcun altro?

Tu mi hai mai visto? Vedersi?”.

Una vittima di Bateman è vista a Londra; il protagonista stesso viene scambiato per altre persone e chiamato con mille nomi diversi; la confusione tra appuntamenti, conversazioni, serate vere, false, verosimili, inventate è totale. [4]
Specularmente, gli oggetti del consumo sono invece identificati con assoluta sicurezza, in ogni loro dettaglio, a partire dall’elemento che dà loro l’esistenza: il brand, la firma, il marchio – l’unico criterio di realtà. Non è un caso che l’unica persona che riconosce senza dubbi Patrick come un killer è un tassista, il solo middle man incontrato in queste 500 pagine – ma non è per una punizione di classe contro il malvagio ricco: il tassista vuole solo rubare il suo Rolex, simbolico biglietto di entrata per un mondo di egoismo e lusso.
Il processo di frantumazione del reale e la totale esplosione dell’identità di Bateman passano per un abile spostamento della narrazione da prima a terza persona, nel pieno dell’evento topico: gli omicidi in strada e il conseguente inseguimento della polizia. Sembra il preludio ad una conclusione simil-realistica di questo delirio, mentre invece finisce per essere solo un altro episodio dell’incubo. [5 – SPOILER!]

Questo testo celeberrimo ha dato luogo ad una trasposizione cinematografica nel 2000 [6], ovviamente incapace di rendere pienamente la forza esplosiva e visionaria del libro [7]: comunque vi è una buona prova di Christian Bale ed almeno una buona idea. Quella di inserire gli inserti di critica musicale pop [8] (capitoli separati nel libro) come “introduzione” preliminare agli omicidi di Bateman.

Qui una delle parti migliori (IMHO) Careful: mild violence present!

 

Tornando al nuovo presidente degli Stati Uniti, in una recente intervista a Rolling Stone, Easton Ellis spiega che The Donald era davvero il mito, il nume tutelare degli yuppies di Wall Street e che, forse, oggi Patrick Bateman sarebbe deluso dal fatto che Trump non appaia più come il vertice dell’elite dei super-ricchi, ma si sia fatto portavoce (apparente) dell’uomo medio bianco e arrabbiato.

http://www.rollingstone.com/culture/news/american-psycho-at-25-bret-easton-ellis-on-patrick-batemans-legacy-20160331

In effetti, l’elemento che ho trovato più interessante nel libro in relazione all’evento iniziale di questo 2017 (primo anno del Trumpocene) non è la ricchezza dei protagonisti, ma la loro ossessione per il marchio: mai un errore nel riconoscere se un abito è Armani o Valentino, totale incertezza su chi sia la persona che lo indossa. Incertezza su tutti, tranne che su Trump, la sua famiglia, il suo palazzo, il suo libro: The Donald ha realtà, esistenza, autorità per il suo essere egli stesso un brand, più che una persona. [9]

Quindi, più che un milionario narcisista reazionario, allo Studio Ovale entrerà un marchio, una firma, un logo la cui sostanza interna è sfuggente ed evanescente, i valori e le convinzioni intime inconoscibili ed incerte, la stessa identità personale precarie e modificabile – ma proprio perchè solo questo conta in un marchio: la superficie, l’effetto immediato, l’aspetto esteriore. [10]

Lo stesso Trump spiegava nel suo libro “Art of the deal” (che Patrick Bateman raccomanda come grande lettura) come il suo obiettivo fosse quello di attirare attenzione e vendere il suo marchio [11]:

I use the media the way the media uses me―to attract attention… So sometimes I make outrageous comments and give them what they want…

I’m a businessman with a brand to sell.

Quindi se negli anni ’80 conveniva apparire come il dio di tanti Bateman che brulicavano per New York, oggi funziona presentarsi come l’eroe del middle man mazziato dalla crisi. Chissà domani come si venderà il nuovo commander-in-chief.

Insomma, pare che saranno 4 anni interessanti: ma allacciate le cinture, il viaggio potrebbe essere un pò turbolento….

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[1] sul perchè a mio parere Trump è innanzitutto un marchio, vedi più avanti…

[2] insieme a “Le mille luci di New York” di Jay McInerney.

[3] perchè io odio raccontare le trame, che credo siano l’elemento meno importante di un libro!

[4] Ho trovato fantastico l’appuntamento che Patrick inventa per sganciarsi dal detective: “Ho un pranzo con Cliff Huxtable” (cioè il protagonista del Bill Cosby Show)!

[5] (Siete stati avvisati là sopra, eh!) Il vero finale è invece un dialogo senza più alcun senso, frasi slegate, parole smozzicate: “Yup yup yup yup” e lo sguardo che si alza su un cartello: “Questa non è una uscita”.

[6] e molto più di recente anche ad un musical, ben descritto e recensito qui

http://musicalsbox.wordpress.com/2016/11/16/american-psycho-2016/

[7] si perde il continuo riferimento alle marche di lusso (forse perchè gli abiti degli attori sono forniti in esclusiva da un solo brand che non avrebbe avuto piacere a sentire pubblicità ai concorrenti nel film?), le parti porno-horror sono alquanto annacquate, la spersonalizzazione dei personaggi è abbandonata e in generale si privilegia un’improbabile atmosfera da thriller piuttosto che la disumanizzazione del protagonista.

[8] uno dei quali dedicati ai Genesis del periodo di Phil Collins, il quale se ne ebbe così a male da rifiutarsi di incontrare Bret Easton Ellis nel 2010 in Italia! Mi chiedo quale sia stata la reazione di Bono nel vedersi  rappresentato come la voce del demonio (letteralmente!) nel libro….

http://www.rollingstone.com/culture/news/american-psycho-at-25-bret-easton-ellis-on-patrick-batemans-legacy-20160331

[9] qui un’analisi molto approfondita e illuminante sul ruolo di Trump nel libro

http://www.salon.com/2016/05/14/donald_trump_american_psycho_muse_how_the_art_of_the_deal_elitist_became_a_poor_mans_patrick_bateman_and_now_hes_a_real_threat/

[10] che d’altra parte è l’ossessione di Bateman, dal fisico scultoreo (due ore al giorno in palestra), dalla pelle perfetta (vi sono pagine dedicate ai prodotti di bellezza), dagli abiti lussuosi (ovviamente firmati)

[11] cfr. nota [9]

 

 

 

 

 

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